ARTICOLO "AP COM" |
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Un tempo c’era il giornalista “suola e tacchi”. Oggi c’è il grande navigatore del web. Quello che non cambia è una verità che Francis Bacon mise in una frase che, personalmente, trovo geniale: “sapere è potere”. E siccome questa verità è alla portata di tutti, la rivoluzione digitale ha radicalmente cambiato il modo di pensare, comportarsi, comunicare, lavorare e, ovviamente, di “sapere”. La rivoluzione digitale ha forgiato nuovi modi per creare conoscenza, per educare le persone e per distribuire informazione. Per questo il mondo dell’informazione va verso un radicale ripensamento della professione del giornalista. La rivoluzione si chiama internet: “l’anima del mondo a cielo aperto”. Ci sono disponibili online circa 23.000 siti di giornali o riviste di 200 diversi Paesi. Numeri per dire come è cresciuta esponenzialmente l’offerta informativa “ufficiale” sulla rete. Poi ci sono milioni di blog. “Siamo di fronte a una rivoluzione nel modo in cui i giovani attingono alle informazioni. Non vogliono più avere a che fare con figure divine che dicono loro che cosa è importante e cosa no. Non vogliono notizie presentate come vangelo. Vogliono avere il controllo dei media piuttosto che esserne controllati”: parole di un cyberivoluzionario? No, è Rupert Murdoch che parla. Di fronte a questo mondo pieno di informazioni vere e finte, il giornalista che fa? Cambia mestiere. Sempre più rari i colleghi “vecchio stampo”, quelli che andavano a cercare le notizie con “suola e tacchi”. Ormai gli operatori dell’informazione dalle notizie devono “difendersi”. Il mondo ha capito l’importanza della comunicazione: non c’è figura pubblica che non si sia dotato di un ufficio stampa. Nelle redazioni le caselle email sono ingolfate ogni giorno da migliaia di “notizie”. E così il giornalista si “tuffa” in mezzo a questo mare e “sceglie”. Decide, come ha sempre fatto del resto, che cosa è degno di “andare in pagina” e cosa no. Ma rischia solo di diventare il re del “copia e incolla”. Questa invasione tecnologica ha portato a una disaffezione verso i media e a una perdita di credibilità dei giornalisti. Perché c’è un problema di rapporto tra giornalisti ed editore, almeno in Italia. I giornalisti hanno un rapporto perverso con “i padroni” e soprattutto con gli interessi dei loro editori che a loro volta sono collegati a doppio filo alla politica. Mancando la figura dell’editore puro, la categoria si è assoggettata a un potere che sì, in parte si esprime anche in modo bieco e prevaricatore. Ma si è anche assuefatta a un modo di pensare che l’ha portata ad avere il riflesso dell’autocensura. I giornalisti scelgono, spesso inconsapevolmente, di castrarsi, di non pubblicare notizie per non avere problemi o per non dare problemi all’editore. Pluralismo, decentralizzazione, flessibilità, circolazione orizzontale e senza filtri delle notizie, difficoltà di censura, sono le sfide che la rete sta lanciando ai giornalisti. Quotidiani, settimanali, riviste, televisioni, radio vengono percepiti come “megafoni” di qualcuno. Ma anche Internet ha un problema: l’affidabilità, il rischio di “scegliersi la verità” più comoda. Il rapporto tra informazione e tecnologie e web è un qualcosa da maneggiare con cura, con estrema cura. Dall’esito di questa nuova sfida dipende la sopravvivenza dei giornalisti. Lorenzo Ottolenghi |