ARTICOLO "Il Tempo" |
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"Giornalista ieri, giornalista oggi: cambiamenti di una professione grazie alle nuove tecnologie". Raramente, forse mai, in 36 anni di quotidiano, nel cominciare un pezzo ho ripetuto alla lettera il titolo del tema da dibattere. Questa volta, al contrario, mi sembra fondamentale partire proprio dall'analisi, quasi dall'esegesi delle parole che compongono la traccia. Un percorso da compiere a ritroso, fiutando gli elementi di un mestiere cambiato, difficilmente rintracciabili nel lavoro che si svolge oggi nelle redazioni. Si è persa la cultura della notizia, l'idea della dinamica e del dinamismo, la voglia di scoprire. Solo in apparenza concetti buttati lì. In realta, segnali precisi di una mutazione al ribasso, nel trend della qualità, dell'originalità, della concorrenza anche spietata ma con l'utilizzo dell'unica arma lealmente e ufficialmente riconosciuta: la ricerca della notizia. Allora, per andarla a scovare è necessario lasciare di scatto il desk (la nostra scrivania) e recarsi sul posto. Cosa che oggi non fa più nessuno. E' stato comodo per molti, a cominciare da chi i giornali li produce li stampa, assemblare servizi e redazioni in blocchi monolitici, animati solo dalla luce di una mail o dal flash d'agenzia dell'ultima ora. Così facendo, però, i giornali - complice anche la chiusura anticipata - hanno perso in freschezza. La notizia è diventata fruibile sì in tempo reale, ma per la stampa quotidiana si rivela drammaticamente "vecchia". Almeno radio e tv in questo senso si sono salvate. E i giornali? Prima parlavo di mestiere poiché il termine professione è sbagliato per un lavoro che concede attraverso un esame di Stato l'abilitazione professionale, ma che di fatto poi non abilità alla professione vera e propria essendo quello giornalistico un lavoro regolato da un contratto collettivo. Quindi di lavoro dipendente. Insomma, una grossolana dicotomia che può essere superata senza sforzi terribili: semplicemente facendo finta di non essere professionisti. Questo è e sarebbe dovuto restare un mestiere. Tramandato senza scuole (mai avuto personalmente maestri, ma soltanto bravissimi colleghi da emulare). Adesso "rubare il mestiere" equivale solo a trasformarsi in hacker della notizia, rimbalzando da un sito all'altro, incollati a una sedia e prigionieri di una "rete". Che imprigiona la voglia di uscire, di andare a conquistare sul campo il titolo diverso dall'altro giornale, grazie alla notizia in più, alla foto scattata sul posto, alla dichiarazione raccolta da un testimone. Niente, tutto finito. Tutto terribilmente uguale, con i Tg della sera a dettare tempi e impaginazione dei quotidiani del giorno dopo. C'è un antidoto? Sì, intanto creare meno illusioni per i giovani che intendono, ancora in massa, accostarsi a un lavoro che persino economicamente non offre prospettive. Vogliamo parlare di passione? Con piacere, visto che è per questo che ancora lavoro tutti i giorni col sorriso sulle labbra: l'emozione va ricreata nel modo più naturale, vivendo i fatti di cronaca. In diretta. Ecco, parafrasando il "tempo" televisivo, è quello l'unico modo per entrare in competizione avendo, poi, l'arma in più: quella del racconto, non più relegato ai secondi ma adagiato sulle vecchie cartelle da macchina per scrivere e oggi identico nell'effetto anche con la videoscrittura da modulo. La tecnologia non si può contrastare: le regole di un mestiere, però, non vanno mai tradite. Sarà anche per questo che la gente compra sempre meno i quotidiani e privilegia la free-press, clone gratuito, "vestito" da giornale, delle notizie radiotelevisive.
Marino Collaciani |