ARTICOLO "RAI International" |
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Indro Montanelli scriveva sulla “Lettera 22”. Oggi nessuno può fare a meno del computer. Intendiamoci: nessuno dei giornalisti che scrivono, perché ormai da tempo giornalismo e scrittura non coincidono più e forse coincideranno sempre di meno. Lo spazio occupato da radio e televisione, con le loro dirette sempre più incalzanti, fa della parola parlata lo strumento principe del giornalista. Basti pensare ai canali all news satellitari, come Rainews24 e SkyTg24, dove i colleghi chiudono sì i servizi in video e in voce, ma lavorano soprattutto a braccio, davanti alle telecamere, in ogni luogo li portino le notizie, con un ritmo frenetico, dettato dalla necessità dei continui aggiornamenti. Addirittura, per i giornalisti “satellitari” il lavoro può non limitarsi alla parola, ma estendersi alle immagini, come è accaduto in via sperimentale per alcuni colleghi di Rainews24, che hanno confezionato servizi con immagini girate da loro stessi, con telecamere leggere e maneggevoli. Questo nuovo utilizzo del giornalista ha fatto sorgere più di un dubbio sui confini della professione, tanto che per il momento l’esperimento è congelato. Certo è che le questioni di confine sono difficili da affrontare e infatti ora non è piu possibile sostenere l’esame professionale con la sola telecamera, senza impugnare la penna, o meglio, senza pestare i tasti di un computer, come è accaduto per breve tempo per i telecineoperatori. Il giornalista televisivo che dovesse girare le immagini, montarle e scrivere e incidere in voce il pezzo sarebbe una figura tutta nuova, che porterebbe la nostra professione in una terra vergine, da affrontare con tutte le cautele del caso. Altro il discorso per chi lavora su internet, dove, accanto all’immagine – fondamentale per l’appetibilità di un sito – centrale resta la parola scritta. Il giornalismo web, nel quale siamo entrati anche noi di Televideo Rai, coniuga la necessità dell’aggiornamento continuo con l’uso della scrittura. Il giornalismo “cartaceo” fissa la parola per un tempo lungo, un giorno per i quotidiani, un lasso di tempo più elevato per le periodicità più estese. Il giornalismo online obbliga a seguire la notizia nella sua evoluzione, quasi minuto per minuto, perché il lettore che sfoglia la rete vuole seguire in tempo reale gli avvenimenti. La carta stampata è più longeva dello schermo del computer, ma impone anche una scrittura più riflessiva, invita all’approfondimento e al commento della notizia, tanto che si parla di “settimanalizzazione dei quotidiani”, proprio per sottolineare come il giornalista del giornale è destinato a confezionare un prodotto più duraturo del semplice flash del sito web o della pagina di Televideo. Nel giornalismo scritto su schermo, la rapidità fa premio sull’approfondimento, la tempestività sui particolari, l’aggiornamento sul commento. Il Televideo in particolare è una specie di agenzia indirizzata ai lettori e non ai giornalisti. Tante volte il flash comunica il fatto nudo e crudo, senza ulteriori particolari, come accaduto in occasione della morte di papa Giovanni Paolo II. Per questo motivo, il linguaggio del giornalismo di Televideo talvolta fa pensare ad un’anticipazione della stringatezza degli sms sui telefonini. Soprattutto nel confezionamento dei titoli, dove gli spazi sono ristretti e obbligati (dalla larghezza degli schermi televisivi!), il Teletext sembra aver inventato quelle frasi ellittiche oppure senza articoli che tutti noi oggi usiamo nelle comunicazioni scritte via cellulare. In questo senso, per una volta il giornalismo ha preceduto la realtà della comunicazione interpersonale. Proprio in considerazione della rapida evoluzione tecnologica cui è sottoposta la professione, una nota stonata è risultata il disguido occorso all’ultimo esame professionale, dove i colleghi sono stati “sequestrati” tutto il giorno nella sala della prova per il difettoso funzionamento delle pen drive distribuite per il compito su computer. Una professione che vuole stare al passo del progresso tecnologico non può permettersi questi scivoloni. Altrimenti torniamo tutti a scrivere sulla “Lettera 22” del grande Indro. Nicola Iannello |
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La famosa macchina da scrivere di Indro Montanelli è forse l’istantanea più suggestiva per descrivere il “trascorso”, un trascorso sempre troppo poco rimpianto, di un giornalismo ormai trapassato più che superato. A cento anni dalla nascita del grande giornalista toscano, quel che c’era di “meccanicamente umano” in quei tasti a volte duri da spingere, il suono del campanellino a fine rigo, la scolorina per cancellare gli errori… ebbene tutto sa di vecchio, quando invece dovrebbe essere meravigliosamente antico. Siamo nell’epoca del villaggio globale: si accomunano in tempo reale stragi che avvengono a migliaia di chilometri di distanza, tra Stati Uniti e Germania, e ci si costruisce su un’edizione del telegiornale senza muoversi dalla propria scrivania. Forse però ha ancora ragione chi continua a sostenere che il Palio di Siena lo si può ben comprendere, annusare, respirare, solo vivendolo dalla piazza, dal centro che diventa epicentro, dal vivo del cratere. Osservato già da un qualsiasi balcone di Piazza del Campo non è più la stessa cosa, ancor meno se visto in televisione. Eppure grazie ai nuovi moderni mezzi di comunicazione, anche chi è in Australia, sì insomma agli antipodi o quasi, è ora in grado di sapere in tempo reale chi l’ha vinto quel Palio. E questa è una ricchezza incommensurabile. Ciò che è cambiato, ha cambiato i giornalisti per primi. Sarebbe stupido ora rinnegare il futuro, far finta che Internet, il computer o il telefono satellitare non servano: sono ormai elementi indispensabili dell’ “abbigliamento” del reporter del Terzo Millennio, ma le note magiche di quel campanellino alla fine del rigo mancano davvero ancora un po’ a chi ha avuto, per ragioni anagrafiche, la fortuna di sentirlo suonare. E forse non è soltanto nostalgia della gioventù. Antonio Gnoni |