ARTICOLO "Radio Capital"

"Il tavolo dei Grandi Inviati". Immancabile, nel miglior ristorante della città. Un luogo mitico, un punto d'arrivo professionale molto più che gastronomico, un insieme di sedie da richiamo fisso in prima pagina. Ne sentivi parlare - anzi, favoleggiare - da quando iniziavi come semplice abusivo. Poi un giorno, dopo tanta attesa, uno strapuntino si liberava anche per te e «non ti preoccupare, perché con il conto e le ricevute ci aggiustiamo con il proprietario». Puff. Al posto del marmo e del legno, fòrmica e plastica ovunque, niente più menù scritto a mano ma enormi cartelloni appesi dietro alla ragazza del bancone che ti chiede «coca cola? salse?». La mcdonaldizzazione del nostro mestiere prosegue incessante («sennò dove vai a mangiare, con 20 euro di rimborso a pasto?»). E tu, caro Grandi Firme di questi tempi di crisi, ci obblighi a rifletterci su con il titolo dell'articolo che ci richiedi. Tra poco, forse, ci impianteranno un altro braccio. Con uno reggi la telecamerina portatile tra botte e spintoni, con l'altro tieni il microfono sotto la bocca dell'intervistato, con il terzo potresti nel frattempo scrivere il pezzo per il sito internet che vuole tutto all'istante, anzi se è possibile un po' in anticipo. Ti racconta il collega di quando - sembra un secolo, ma erano solo pochi anni fa - potevi ancora fermare il giocatore che volevi a fine allenamento e farci quattro chiacchiere. Di quando, finita la partita, dopo mezz'ora potevi parlare con tutti appena fuori dallo spogliatoio, senza dover fare il nido in sala stampa. Di quando dettavi il pezzo ai dimafoni, invece di digitarlo sul telefonino. Non puoi rimanere indietro, permetterti distrazioni. Pensavi di aver scavallato quando ti hanno dischiuso le fantastiche porte del web, sei diventato un internauta, hai scaricato l'audio dell'intervista di quel brasiliano che da noi giura eterna fedeltà alla squadra e alla radio di casa sua ne dice peste e corna. E invece era solo l'inizio. Un nuovo inizio. Ora ti affanni tra scrittura, interviste, montaggi, conversioni, audio, video, mentre in testa ti ronza fisso il finale di "Servi della gleba" di Elio e le storie tese («E allora? Che cosa devo fare? Mi vuoi mettere una scopa in c... così ti ramazzo la stanza?»). Eppoi il miracolo. Basta quel doppio passo, quel gol di mano, quello schema insolito, quel fuorigioco dubbio, quel coro allo stadio, quell'affare di calciomercato. Ti giri, guardi il collega accanto e dici «Ma secondo te...» e via, dieci minuti di sano dibattito, di quelli che ti salvano dalla routine di questi tempi plastificati. Il pallone come antidoto, come sfera dentro cui leggere una lunga storia, anche professionale. Lunga come quella del Grandi Firme, una di quelle piacevoli sicurezze che ogni anno ci fanno vivere meglio. «Hai trovato qualche nuovo ragazzo da inserire?». «Fatta la lista?». «Scritto l'articolo?». «Speriamo che quest'anno le maglie siano belle!». «Siamo tutti martedì?». Giocando a pallone, come a tavola, non s'invecchia. Gli anni passati, come le tante rivoluzioni del nostro mestriere, rimangono per un'ora al di là della linea di fondo. Al di qua ci siamo noi, che anche quest'anno moriamo dalla voglia di giocare!

 

Giuseppe Antonio Perrelli