ARTICOLO "Il Velino"

Era l’estate del ’76, processo a Bari contro Freda e Ventura per le bombe di piazza Fontana. I due imputati, decisero i giudici, dovevano andare al soggiorno obbligato all’isola del Giglio. Scrivemmo in fretta gli articoli, poi di corsa all’aeroporto per tornare a Roma. Macchina in affitto e via verso Porto Santo Stefano. Non riuscimmo a prendere l’ultimo vaporetto per l’isola. Girovagammo, io inviato per la Repubblica e Fabio Isman per il Messaggero, a lungo prima di riuscire ad affittare una barca qualsiasi che a tutti i costi ci portasse al Giglio. La trovammo, arrivammo in porto che era notte fonda. Ci venne incontro una masnada vociante: “Andatevene!”, gridavano, “Vi buttiamo a mare!”. Noi non riuscivamo sulle prime a capire. Poi fu chiaro, su un cartello c’era scritto “Niente terroristi al Giglio!”. Io avevo il barbone come Ventura, Isman biondino poteva nottetempo – a qualche metro dall’attracco in banchina e con un po’ di fantasia – essere scambiato per Freda. Il mio collega capì, “Siamo giornalisti, siamo giornalisti!” cominciò a gridare. Ma c’erano troppe urla, alcuni dei manifestanti cominciarono a bersagliarci con le arance. Ci riparammo con le macchine da scrivere. Ecco: con le nuove tecnologie, con quei computerini portatili d’adesso, quante arance avremmo beccato in faccia? P.S. Freda e Ventura arrivarono soltanto dopo una settimana

Roberto Chiodi